Chi è cresciuto negli anni 70 ha imparato a gestire i conflitti senza escalation e lo dimostra ogni giorno

Da bambino degli anni 70 a cittadino che discute con un vicino di casa oggi il filo è sottile e per molti coerente: ho imparato a non alzare la voce per ottenere ragione. Non è nostalgia sterile. È una pratica formata da piccoli gesti pragmatici che agiscono più da freno che da tregua temporanea. Questo articolo racconta, osserva e si prende qualche rischio di opinione: i nati in quel decennio hanno ereditato un repertorio di tecniche sociali per fermare la combustione di un conflitto prima che divampi.

Un modo di fare che non si impara sui manuali

Non c’è un corso universitario per la pazienza pratica. Quello che chiamiamo oggi gestione dei conflitti spesso arriva dal banco di scuola, dall’edicola sotto casa, dalle partite in cortile e da genitori che non urlavano per ogni minima cosa. Non dico che fosse più giusto o perfetto. Dico che quei contesti modellavano reazioni meno performative e più concrete. Si trattava di trattare la tensione come un problema tecnico: si smonta, si mette da parte, si ripara.

Percepire prima di rispondere

Una lezione ricorrente è stata garantita dalla pratica dell’osservazione rapida. Prima di rispondere si considerava la situazione e si sceglieva una risposta capace di risparmiare energie. Questa è una abilità che oggi chiamerebbero regolazione emotiva. Secondo ricerche consolidate sulla negoziazione e l’intelligenza emotiva, non sopprimere le emozioni ma riconsiderarle è il modo più efficace per non peggiorare una discussione.

“Emotional intelligence is the capacity to notice that every simple interaction stimulates myriad different emotions and associations to all the other moments in our life.”

Daniel Goleman Ph.D. Psychologist and Author Harvard

Questa citazione di Daniel Goleman aiuta a mettere in chiaro qualcosa che i miei coetanei sanno bene: non è che non sentiamo nulla. È che abbiamo imparato, spesso per necessità economica o sociale, a usare quella sensazione come informazione piuttosto che come fuoco d’artificio retorico.

Pratiche quotidiane che funzionano ancora

La maggior parte delle tecniche praticate da chi è cresciuto negli anni 70 non suonano eroiche. Sono gesti lunghi, lenti e a volte noiosi: spostare la conversazione, cambiare il tono, raccontare un fatto neutro che interrompe la spirale di recriminazioni. C’è una disciplina della noia, se vuoi, che mette tra le mani dell’interlocutore un tempo per pensare invece che reagire.

La contraddizione del silenzio

Non confondere silenzio con resa. Molti nati in quel periodo sanno che un periodo di silenzio non è vuoto. È uno spazio attivo dove si riorganizza la linea di attacco e si valuta cosa vale davvero la pena di rincorrere. Questo è spesso scambiato per freddezza, quando in realtà è una scelta strategica. Non sempre elegante, ma spesso meno costosa emotivamente.

Perché oggi ci serve quel sapere

Viviamo in un mondo che premia l’urgenza. Reazioni incendiarie guadagnano attenzione, click e trionfi temporanei. Ma il prezzo sociale è alto: relazioni che si sgretolano, polveroni che si ricompongono in rancori duraturi. Qui entra in gioco il patrimonio comportamentale degli anni 70: la preferenza per soluzioni che limitano i danni piuttosto che esibire trionfi simbolici.

Un esempio domestico

Immagina una discussione su soldi in famiglia. La reazione immediata in molti casi è contrapporre accuse. Chi è cresciuto in un contesto più sobrio spesso propone una pausa, rimanda alla sera o al giorno dopo, oppure passa subito a questioni pratiche come cifre e scadenze. Cose noiose. Ecco perché funzionano: tolgono slancio all’emozione e rimettono il focus sull’operatività.

Il confine tra fermezza e indifferenza

Non è tutto rose e fiori. Questo approccio può apparire come evitamento se usato male. Serve un senso di misura che non tutti possiedono. È facile scambiare la gestione per rimozione; facile usare la calma come scudo per non affrontare problemi profondi. Il rischio concreto è che conflitti importanti finiscano sepolti sotto una coltre di pratiche di contenimento invece di essere risolti davvero.

La responsabilità di chi mette ordine

Chi sa fermare l’escalation ha anche il dovere di riaprire le questioni quando è il momento giusto. Non basta appendere la bandiera della non escalation. Occorre prepararsi a riprendere la conversazione con rigore e onestà, e questo richiede fiducia sociale, competenze di ascolto e a volte strumenti esterni come mediazione o consulenza.

Osservazioni personali

Mi trovo spesso a preferire una frase lunga e moderata a un attacco fulmineo. Non perché sono più bravo. Semplicemente, ho visto cosa restava delle discussioni concluse con l’urlo e cosa restava di quelle concluse con una soluzione scomoda ma riconciliabile. Nel primo caso rimaneva un cratere. Nel secondo una pianta che poteva ricrescere.

Gli anni 70 hanno prodotto generazioni che non hanno confuso autorità con violenza verbale. Hanno visto risparmio economico come valore e spesso lo hanno trasferito anche nella gestione delle relazioni mentendo poco su cosa contava davvero. Questo patrimonio è sotto-apprezzato oggi, quando sembra che ogni frizione vada trasformata in spettacolo.

Conclusione aperta

Non propongo un ritorno nostalgico. Propongo di guardare a certe pratiche con curiosità. Prendere alcune tecniche che funzionano, lasciarne altre, e adattare. Alcune domande restano senza risposta definitiva: come bilanciare decisioni rapide con lentezza riflessiva in ambienti di lavoro frenetici. Come trasmettere queste capacità alle nuove generazioni senza imporle come dogma. Sono questioni che meritano esperimenti e non solo slogan.

Idea chiave Cosa significa
Regolazione emotiva Usare le emozioni come informazione non come arma.
Pausa strategica Interrompere per ridurre intensità e recuperare lucidità.
Praticità noiosa Affrontare i dettagli operativi per smorzare la retorica della disputa.
Riaprire quando serve Non evitare i problemi ma scegliere quando affrontarli con efficacia.

FAQ

Perché dico che chi è cresciuto negli anni 70 gestiva meglio i conflitti?

Perché molte pratiche erano orientate al risparmio di energia e alla sostenibilità delle relazioni. Non era inevitabile né universale ma frequente. Loro avevano meno stimoli al palcoscenico: la vita sociale e i mezzi erano locali. Questo favoriva risposte meno urlate e più pragmatiche. È una tesi che vale come osservazione culturale piuttosto che come legge universale.

Queste tecniche funzionano anche in azienda?

Sì ma con adattamenti. In ambienti veloci una pausa prolungata può essere vista come indecisione. Per questo è utile trasformare la pausa in un protocollo: si prende tempo ma si fissa subito una scadenza per tornare alla questione. Questo conserva il vantaggio di ridurre l’escalation senza perdere operatività.

È possibile insegnare oggi questo modo di fare ai giovani?

Non con sermoni. Più efficaci sono pratiche simulate, role play concreti e l’esperienza diretta di vedere una conversazione accendersi e poi spegnersi senza danni. Serve anche riconoscere quando una tecnica è evitamento. L’insegnamento dovrebbe includere strumenti per riaprire e risolvere questioni irrisolte.

Non rischiamo di diventare passivi?

La non escalation non equivale a passività. È una scelta strategica. Essere passivi sarebbe non intervenire mai. Qui si tratta di scegliere i momenti e le modalità dell’intervento. Quando la posta in gioco è alta occorre essere diretti e preparati; quando non lo è si può negoziare con leggerezza e meno rumore.

Come evitare che questa pratica venga usata per manipolare?

Occorre trasparenza. Se qualcuno usa calma apparente per sottrarsi alle responsabilità, va chiamato fuori. La disciplina della non escalation è utile solo se accompagnata da responsabilità e da regole condivise per riaprire le questioni. Senza questi elementi può diventare un modo per rimandare problemi reali.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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