La frase The Emotional Friction People Born in the ’60s Learned to Accept suona straniante sui social ma nasconde una sensazione familiare a chi è nato negli anni Sessanta. Non parlo di nostalgia facile. Parlo di quella tensione emotiva che ti abitua a convivere con l’incomodo senza raderlo al suolo. È un’acquisizione pratica, spesso invisibile, che ha modellato relazioni e reazioni di una generazione intera.
Un tirottola emotiva che non esplode subito
Cresciuti con meno parole per descrivere i turbamenti interiori, molti nati negli anni Sessanta hanno imparato a metabolizzare il disordine emotivo in forma lenta. Non c’era un verbo terapeutico da declinare, c’era la vita domestica, il lavoro, l’attesa. Questa frizione quotidiana non ha reso indifferenti. Al contrario ha insegnato a spostare il baricentro: quando il panico arriva, non sempre fa crollare la struttura. Si impara a sostenere la propria giornata mentre dentro succede un piccolo terremoto.
Non è repressione, è regolazione pragmatica
Un malinteso classicissimo è scambiare questa capacità per fredda repressione. Io vedo qualcosa di più sfumato: la pratica di rimandare la risposta emotiva immediata per preservare la funzione sociale. Quando un genitore di allora diceva vai a scuola comunque, la lezione non era moralista bensì funzionale. Funzionare è una forma di cura di sé e degli altri che non ha bisogno di applausi.
Le micro abilità emerse dalla frizione
Non tutte le competenze emotive dei sessantisti compaiono nei manuali. Alcune sono domestiche, sporche di vita. Per esempio l’attitudine a leggere i segnali non detti nella conversazione reale. Le relazioni si costruivano in stanze affollate di odori e rumori. L’orecchio si addestrava a cogliere una reticenza, un sussurro, un mezzo sorriso che oggi facilmente sfugge perché scritto in una chat che tronca il tono.
Un altro elemento è la capacità di trattenere l’urgenza di reagire per prenderti il tempo di capire cosa conviene fare. Questo non significa non chiedere aiuto. Significa invece scegliere il momento per farlo, e spesso la scelta del momento determina la qualità della soluzione.
Una prova da laboratorio sociale
Con la scarsità di canali mediali e la lentezza delle risposte, la vita reale faceva da laboratorio. Ti abituavi all’incertezza. Non avevi notifiche che ti rassicuravano ogni cinque minuti. La pazienza era un’abitudine che alleviava ansie e rendeva possibile affrontare problemi che richiedevano processi lunghi.
Quando la frizione diventa vantaggio strategico
Ci sono contesti in cui la frizione emotiva insegna a non farsi trascinare dall’onda. Nel lavoro, nelle crisi familiari, nelle decisioni politiche di scala piccola e media, quella generazione spesso ha mostrato di saper mantenere lucidità dove altri si sarebbero lasciati andare a gesti impulsivi. Questo non è eroismo, è pragmatismo sedimentato. Ed è una risorsa sottovalutata oggi.
Emotional agility begins with recognizing that you are not your feelings. When you say I am sad your identity becomes fused with the emotion. You create space between yourself and the emotion.
Susan David PhD Psychologist Harvard Medical School.
La citazione di Susan David spiega bene il punto. La generazione nata negli anni Sessanta ha praticato una forma naturale di questa distanza interna molto prima che la parola agility diventasse popolare in management e psicologia.
It is easy to conceal an emotion no longer felt much harder to conceal an emotion felt at the moment especially if the feeling is strong.
Paul Ekman Professor Emeritus University of California San Francisco.
Paul Ekman ci ricorda che le emozioni intense hanno un modo loro di emergere. Ma la pratica sociale di quegli anni ha insegnato anche come lasciar passare o incanalare quei segnali per non farli detonare in azioni dannose.
Il rovescio della medaglia che pochi raccontano
Non tutto è positivo. La stessa frizione che insegna a perseverare può ostacolare il riconoscimento precoce del malessere profondo. Alcuni hanno imparato a normalizzare la fatica fino a sottovalutare quando fosse il caso di chiedere aiuto. In certi casi l’abitudine a stare dentro i problemi ha ritardato interventi che oggi chiameremmo necessari.
Io credo che la lezione sia doppia: conservare le abilità acquisite e contemporaneamente non idealizzare una pratica che può diventare evasione dalla vulnerabilità. Insistere sulla capacità di reggere non deve trasformarsi in una barriera a raccontare la sofferenza.
Per chi non è nato negli anni Sessanta
Non è necessario essere figli degli anni Sessanta per attingere a queste risorse. Si possono adottare esercizi che riproducono la frizione: ritardare una gratificazione digitale, preferire incontri faccia a faccia, rinunciare all’immediata reazione emotiva online. Ma il punto non è diventare più vecchi interiormente. Il punto è fare esercizio con la frizione senza trasformarla in rimozione.
La mia osservazione personale
Ne ho parlato spesso con amici e colleghi che appartengono a quella finestra generazionale. C’è un filo comune che io vedo: una stanchezza composta. Non è rassegnazione. È la forma che assume la saggezza quando è stata allenata nelle piccole battaglie quotidiane. E sì, a volte sbrocca. Nessuno è impermeabile. Ma quando la frizione è stata ben indossata, sorprende la tenuta nei momenti in cui tutto il resto sembra cedere.
Conclusione provvisoria
Accettare la frizione emotiva non significa celebrarla acriticamente, né abbandonarsi a una cieca autocelebrazione. È riconoscere che certe modalità emotive sono il frutto di pratiche sociali e che da quelle pratiche possiamo ancora imparare. La sfida, per chi appartiene a quegli anni e per chi non ci appartiene, è integrare la capacità di resistere con la volontà di ascoltare quando la resistenza diventa peso inutile.
| Idea centrale | Significato pratico |
|---|---|
| Frizione quotidiana | Abitudine a convivere con l’incomodo senza reazione impulsiva |
| Regolazione pragmatica | Scegliere il momento e la forma della risposta emotiva |
| Attenzione non verbale | Leggere segnali dal vivo come competenza sociale |
| Limite e rischio | Normalizzazione del malessere che può ritardare l’aiuto |
| Trasferibilità | Esercitare la frizione come pratica utile ma non unica |
FAQ
Perché molti nati negli anni Sessanta sembrano meno vulnerabili emotivamente?
Molti non sono meno vulnerabili. Hanno sviluppato modi per gestire la vulnerabilità senza esibirla. Si tratta di strategie apprese in contesti sociali dove la discutibilità emotiva era limitata. Questo porta a un’apparente impermeabilità che può nascondere fragilità non condivise. La distinzione importante è tra non esprimere e non provare.
Questa frizione è ereditabile nelle generazioni successive?
Sì ma non automaticamente. Le abilità che derivano dalla frizione si trasmettono tramite educazione, contesti pratici e narrazioni familiari. Le generazioni più giovani possono apprendere queste pratiche con intenzione se le sperimentano consapevolmente, per esempio riducendo le distrazioni digitali e aumentando il dialogo faccia a faccia.
Come riconoscere quando la frizione diventa dannosa?
Quando la capacità di reggere diventa un muro che impedisce di chiedere sostegno. Quando il rimandare porta a esaurimento cronico o a decisioni compromesse. Segnali utili sono cambiamenti nel sonno nelle relazioni intorno a te e una sensazione persistente di solitudine nonostante la vita sociale attiva.
Qual è il primo passo per chi vuole integrare questa lezione senza ripetere errori del passato?
Iniziare a praticare la distanza osservativa dalle emozioni come suggerisce il concetto di agilità emotiva. Questo significa nominare quello che senti e scegliere un’azione che allinei con i tuoi valori. Non cancellare la sofferenza ma metterla in relazione a quello che vuoi costruire. È una pratica che richiede tempo e onestà.
Può la frizione aiutare in contesti lavorativi moderni?
Spesso sì. Nei contesti che richiedono continuità operativa, la capacità di mantenere la funzione emotiva malgrado la pressione è preziosa. Tuttavia è cruciale non confondere tenuta con silenzio su problemi strutturali. La frizione personale non sostituisce la responsabilità organizzativa.