La generazione degli anni 70 ha imparato queste lezioni prima di noi e ora rincorriamo il ritardo. È una frase che suona semplice ma dentro c è una tensione che non si sistema. Non è nostalgia fine a se stessa o una litania contro i giovani di oggi. È un accenno a pratiche concrete e atteggiamenti che il decennio ha forgiato mentre il resto del mondo inseguiva speculazioni e mode.
Perché gli anni 70 non erano solo un look
Gli anni 70 non si riducono ai pantaloni a zampa o alle colonne sonore. C era un modo di affrontare problemi quotidiani che non passava per l immediato consumo o l upgrade tecnologico. Le persone imparavano a riparare, negoziare, e accettare che certe cose restavano lente. Non è sempre stato bello. Spesso era duro. Ma quella lentezza ha generato una pazienza operativa che oggi fatichiamo a replicare perché tutto deve essere istantaneo e misurabile con una app.
Materialità e durata
Quando un elettrodomestico delle case italiane si rompeva si provava a cambiare una guarnizione, a cercare un ricambio, a parlare con un riparatore di fiducia. Il valore non stava solo nel possesso ma nella relazione con l oggetto. Non era un amore romantico verso il bene materiale, ma una pratica quotidiana: aggiustare significa conoscere la propria città, il proprio quartiere e le persone che ci vivono. Questo crea una rete informale che ha effetti sulla resilienza sociale e sulla capacità di adattamento alle crisi. Oggi invece si butta e si ricompra e con quella scelta scompare molto più di un elettrodomestico.
Le lezioni che stiamo recuperando
Riconoscere queste lezioni non è rimpiangere un passato perfetto. È prendere atto che alcune abilità pratiche e sociali erano più diffuse allora, e che oggi le stiamo riscoprendo come se fossero tecniche rare di sopravvivenza urbana.
Saper aspettare senza imbarazzarsi
La pazienza non era passiva. Era una strategia: aspettare l opportunità giusta, coltivare relazioni di fiducia, costruire credibilità. Le scelte venivano misurate su orizzonti più lunghi. Persino gli errori venivano metabolizzati diversamente. Il nostro tempo percepisce l attesa come fallimento, e questo ci rende più fragili a ogni intoppo.
Economia di riparazione
Nelle officine, nelle sartorie, nei laboratori di quartiere si coltivava un sapere che oggi viene scambiato per vintage quando in realtà è competenza. Riparare non è soltanto risparmiare; è ridurre la dipendenza dalla produzione massificata e ricreare valore locale. Questo riduce l alienazione: il clic sostituisce la conversazione con chi ripara il tuo scooter e con questo scompare parte dell esperienza sociale che mantiene coesa una comunità.
Capacità di resistenza e adattamento
Non voglio mitizzare: gli anni 70 portavano anche forti ingiustizie e limiti. Ma proprio nelle contraddizioni si sono create le lezioni più utili. La resilienza che molti collegano ai boomers non è un tratto mistico ma una serie di pratiche e condotte. Dice la psicologa Crystal Saidi che “Resilience is not about sucking it up or pulling yourself up by your bootstraps It is the ability to recover adapt and grow through adversity”. Dr Crystal Saidi Psy D Psychologist Thriveworks. ([parade.com](https://parade.com/living/why-boomers-are-resilient-generation-according-to-psychologists?utm_source=openai))
Quella frase sintetizza qualcosa di concreto. Non si tratta di soffrire in silenzio ma di disporre di strumenti pratici per riorganizzarsi dopo uno shock. Gli anni 70, con i loro cambiamenti politici e le turbolenze economiche, hanno offerto un laboratorio forzato dove imparare queste tecniche del ritorno alla norma o alla nuova norma.
Comunità e scambio di competenze
Il passaparola funzionava senza algoritmi. Una buona raccomandazione valeva più di mille recensioni online. C era un mercato di competenze che viaggiava a voce, e che favoriva solidarietà concreta. Questo senso di comunità non era perfetto ma era operativo, e la sua assenza oggi mostra una vulnerabilità che alcuni definiscono come fragilità della modernità digitale.
Perché siamo indietro
Abbiamo dato la priorità all efficienza misurabile e all immediatezza. Abbiamo costruito economie dove il lavoro conoscitivo vale più delle mani che sanno fare. Non critico il progresso, critico l oblio di pratiche utili. L innovazione è stata spesso declinata in termini di velocità e scalabilità piuttosto che di tenuta e capacità di riparazione.
Poi c è lo stigma culturale: si celebra il nuovo e si disprezza il vecchio. Così perdiamo strumenti che invece ci servirebbero in momenti di crisi o di scarsità. Non è romanticismo retrogrado riproporre queste pratiche. È pragmatismo che fatica a trovare spazio nel racconto dominante.
Come applicare oggi quelle lezioni senza tornare indietro
La sfida non è copiare il passato ma imparare l arte di combinare velocità e lentezza. Possiamo portare tecnologia nei laboratori di quartiere, usare internet per coordinare reti di riparazione, far sì che l apprendimento manuale non sia solo un hobby per nostalgici ma un elemento di resilienza urbana. Queste sono scelte politiche ed economiche prima che sentimentali.
Qualcosa di interessante sta accadendo: spazi di coworking che ospitano officine, piattaforme che certificano riparatori locali, iniziative che finanziano imprese di riparazione. Queste non cancellano i problemi di equità o di accesso ma sono segnali che certe lezioni degli anni 70 stanno ritornando in forme diverse.
Riflessione aperta
Rivendicare l utilità di pratiche passate non significa ignorare ciò che è cambiato. Significa chiedersi come riconnettere un sapere pratico con la complessità moderna. Non ho la formula unica. So solo che ignorare la filiera di competenze che ha tenuto insieme le città ieri ci rende più esposti domani.
| Lezione | Che cosa significa oggi |
|---|---|
| Riparare e mantenere | Riduce dipendenza dalla produzione di massa e rinforza reti locali di competenza |
| Pazienza strategica | Orizzonti di scelta più lunghi e resilienza organizzativa |
| Valore relazionale | Comunità reale che fornisce supporto pratico nelle crisi |
| Economia di prossimità | Modelli sostenibili e meno volatili rispetto alla catena globale |
FAQ
Che cosa intendi esattamente con “lezioni degli anni 70”?
Parlo di pratiche quotidiane e atteggiamenti verso il tempo il lavoro e gli oggetti che erano più diffusi in quel decennio. Non si tratta di nostalgia estetica ma di competenze come la riparazione la manutenzione e il coltivare relazioni di fiducia che hanno valore operativo. Oggi molte di queste competenze sono rare e quindi preziose.
Perché dovremmo riscoprirle invece di inventare tutto di nuovo?
Perché alcune soluzioni richieste dalla sostenibilità e dalla stabilità delle comunità sono già state testate allora. Non è copia incolla ma riuso intelligente. Alcune pratiche hanno dimostrato resistenza alle crisi economiche e ambientali e possono essere aggiornate con tecnologia senza perdere il loro nucleo pragmatico.
Non rischiamo di idealizzare un passato che era ingiusto?
Assolutamente. Il passato era pieno di disuguaglianze e limitazioni. Avere rispetto per ciò che funzionava non significa cancellare le ingiustizie. Si può riconoscere il valore operativo di certe pratiche e nello stesso tempo criticare le strutture sociali che allora discriminavano. Sono piani distinti ma connessi.
Come possiamo iniziare concretamente a recuperare queste abilità?
Un punto di partenza è supportare e frequentare realtà locali che offrono riparazione e formazione. Favorire politiche che incentivino officine e laboratori di quartiere e integrare corsi pratici nelle offerte formative. Anche il cambiamento dei consumi è importante: chiedersi se sostituire o riparare dovrebbe essere la prima opzione.
È solo una questione di sopravvivenza economica o anche culturale?
Entrambe. C è un elemento economico evidente ma esiste anche un ritorno culturale: recuperare queste pratiche ricostruisce legami sociali e senso di appartenenza. Non è un capriccio passato di moda ma un modo per rendere le città più resistenti e meno fragili.
Che ruolo ha la tecnologia in questo recupero?
La tecnologia è un alleato se usata per abilitare non per sostituire. Piattaforme che connettono domanda e offerta di riparazione o che diffondono conoscenza tecnica democratica possono moltiplicare l impatto di queste pratiche. Il punto è non delegare tutto agli algoritmi ma usarli per rafforzare relazioni e competenze locali.