Entrare in una sala riunioni e scegliere una sedia sembra gesto banale. E invece no. La sedia che scegli al lavoro parla prima di te che tu apra bocca. Non è un trucco da social network, è un piccolo atto di posizionamento sociale che si svolge in pubblico e che ha conseguenze su come ti muovi, su cosa pensi di poter dire e su chi ti giudica subito.
Non è fortuna: la scelta del posto è comportamento sociale
Quando osservo colleghi che arrivano in anticipo, afferrano la stessa sedia, poi aprono il portatile e sembrano già in partita, vedo una strategia. Non sempre è riflessione: spesso è abitudine sedimentata che riflette aspettative interiori su ruolo e potere. E a volte, lo ammetto, è comodità pura e semplice. Ma la distinzione tra scelta consapevole e scelta automatica è interessante: spesso la seconda tradisce aspetti della personalità che la persona stessa non vuole ammettere.
Prossimità e influenza
Scegliere il posto vicino al leader non è solo cortesia. È posizionamento. In molte culture aziendali quel posto è una prenotazione simbolica: suggerisce disponibilità collaborativa, desiderio di essere notati o aspirazione a diventare interlocutori privilegiati. Se lo prendi, stai formulando una promessa non detta: sarò presente, parteciperò, sarò visibile.
La sedia lontana dall’azione: chi la prende e perché
C’è chi preferisce sedere sul lato, vicino a una porta, o addirittura in fondo alla stanza. Non è sempre timidezza. Spesso è una modalità di controllo molto sottile: mantenere la possibilità di lasciare senza troppo rumore, osservare senza intervenire, scegliere il proprio ritmo di attivazione. È una strategia di conservazione dell’energia sociale, non necessariamente un difetto.
Osservo e tiro le somme
Personalmente, credo che questo comportamento sia sottovalutato nelle valutazioni di team. Ho visto talenti brillanti sistematicamente relegati nelle file dietro perché non amano il palco fisico. Le riunioni perdono così visioni preziose solo perché l’ambiente non è stato progettato per far emergere chi preferisce lavorare osservando piuttosto che dominare la scena.
La ricerca parla chiaro: contesto e personalità interagiscono
Non è tutto intuizione. Studi recenti mostrano che la relazione tra tipo di postazione e personalità influenza concentrazione e benessere. Ad esempio, una ricerca pubblicata sul Journal of Research in Personality ha messo in luce che open bench seating favorisce la concentrazione e la felicità di persone più estroverse, mentre peggiora la focalizzazione per chi è più incline all’ansia. Questo mette in crisi l’idea che esista un formato di ufficio valido per tutti.
Judith Heerwagen PhD environmental psychologist and researcher. “All of those natural elements and the aspects of nature are important, but they have been boiled down too much to plants. Regardless, people do tend to have much more positive emotional states in environments like those pictured than when they are in spaces that have no natural elements.”
Questa riflessione di Heerwagen è cruciale perché sposta il focus: non siamo solo sedie e distanze, ma anche qualità dello spazio che interpreta e rafforza il significato di quella sedia. Una stessa sedia in una stanza piena di luce o in una stanza buia produce esiti differenti sulle stesse persone.
Interpretazioni non banali: oltre i test da social
I contenuti virali che associano otto tipologie di sedia a profili psicologici sono divertenti e spesso azzeccano per qualche parte della popolazione. Ma l’errore comune è leggere quei test come diagnosi. Io sostengo un approccio più sfumato: la sedia è una lente, non un certificato. Serve a discutere clima relazionale, non per incatenare un collega a una categoria psicometrica.
Un’idea poco esplorata
Una mia osservazione personale: il significato di una sedia cambia nel tempo con l’andamento della carriera. Chi all’inizio prende il posto vicino alla porta per fuggire presto, anni dopo potrebbe scegliere lo stesso posto per lo stesso motivo ma con senso diverso: non fuga ma controllo del tempo. Il passato non si toglie dallo spazio, lo riconfigura.
Come usare questa conoscenza (senza trasformare tutto in regola)
Se sei manager, smetti di pensare che la sedia sia neutra. Se sei membro del team, prova a fare un esperimento: cambia posto in riunione per una settimana. Guarda come ti senti. Cambia l’angolo di visione, la distanza dagli altri, la percezione dell’autorità. Se nulla cambia, bene. Ma spesso qualcosa si muove. È un piccolo gesto che può rompere abitudini consolidate e far emergere nuove conversazioni.
Non tutto va misurato
Non trasformare la sedia in un test di performance. Non è necessario catalogare né punire. Puoi solo prestare attenzione, osservare pattern e, se serve, riprogettare lo spazio di lavoro in modo che premi la varietà di stili e non la monotonìa del singolo layout «one size fits all».
Conclusione aperta
La prossima volta che entri in una stanza e scegli una sedia, fermati un secondo. Chiediti che storia stai raccontando. Non perché debba cambiare il mondo, ma perché anche i piccoli atti quotidiani costruiscono la cultura di un luogo. E la cultura passa anche dalle sedie.
Tabella riassuntiva
| Comportamento | Significato possibile | Impatto sul team |
|---|---|---|
| Sedia vicino al leader | Posizionamento e visibilità | Facilita attenzione ma può generare aspettative di ruolo |
| Sedia laterale o in fondo | Osservazione e riserva energetica | Valorizza l’analisi ma rischia invisibilità |
| Sedia sempre uguale | Marca territoriale o routine | Coerenza personale ma ridotta flessibilità |
| Scelta variabile | Adattamento al contesto | Maggiore flessibilità e capacità di assumere ruoli diversi |
| Spazio con elementi naturali | Maggiore benessere emotivo | Migliora umore e focalizzazione a livello collettivo |
FAQ
1. La sedia che scelgo dice qualcosa di affidabile sulla mia personalità?
La scelta della sedia è un indicatore parziale. Offre indizi utili ma non sufficiente per definire la personalità in modo stabile. È meglio considerarla come un pezzo del puzzle comportamentale: insieme alla conversazione, alla storia lavorativa e alle preferenze ambientali, diventa più informativa.
2. I leader dovrebbero assegnare i posti in riunione per migliorare la dinamica?
Assegnare posti può essere utile per obiettivi specifici come favorire la partecipazione di persone timide oppure per costruire dinamiche crossfunzionali. Però l’assegnazione fissa rischia di cementare gerarchie. Un metodo alternativo è rotazione deliberata delle posizioni quando si vuole stimolare punti di vista diversi.
3. L’open space è compatibile con tutti i tipi di seduta e personalità?
L’open space favorisce interazione ma non è universale. Studi mostrano che le persone estroverse possono trovarlo energizzante mentre individui con alti livelli di neuroticismo o bisogno di privacy possono soffrirne. La soluzione efficace è offrire varietà: spazi aperti, zone tranquille e stanze per il lavoro profondo.
4. Cambiare posto può davvero migliorare la mia produttività?
Sì, il cambiamento di contesto può agire come reset cognitivo. Una diversa prospettiva visiva, una distanza sociale nuova o luce differente possono ridurre l’affaticamento mentale e stimolare creatività. Non è miracolo ma uno strumento da usare con consapevolezza.
5. Come posso far capire al mio team che la sedia è importante senza sembrare ossessionato?
Porta l’osservazione nel dialogo quotidiano: proponi piccoli esperimenti, momenti di rotazione dei posti, o una retrospettiva sulle riunioni che includa anche commenti sullo spazio. Rendilo pratico e breve: la maggior parte delle persone risponde bene se vede risultati concreti e non regole nuove imposte dall’alto.