Ho visto troppi articoli che dipingono la generazione nata negli anni 60 e 70 come eterni bisognosi di una spinta. La verità è più sfumata e meno vendibile: molte persone di quella coorte non cercano una carica motivazionale quotidiana perché hanno sviluppato altri sistemi che funzionano meglio per loro. In questo pezzo provo a spiegare perché, senza diventare un manuale motivazionale e senza abbracciare slogan facili. Parlo da chi ha vissuto la maturità in tempi di transizione tecnologica e culturale e da lettore curioso di storie reali.
Una storia di pratiche consolidate e di fiducia nel proprio metodo
Chi è nato tra il 1960 e il 1979 ha attraversato l’epoca pre digitale e l’ha vista cambiare radicalmente. Questo passaggio ha forgiato una abitudine: costruire pratiche e rituali che reggono meglio delle mode motivazionali. Invece di accendere la scintilla ogni mattina, molti hanno imparato a creare condizioni stabili. Non è pigrizia o rassegnazione. È una scelta pragmatica: privilegiare sistemi replicabili rispetto a picchi emotivi.
La differenza tra bisogno di motivazione e autonomia consolidata
Immagina due persone che devono finire un progetto lungo. Una aspetta incitamenti esterni specie quando l’entusiasmo cala. L’altra invece ha già definito scadenze, checkpoint e una rete di supporto che non si basa sull’entusiasmo istantaneo. La seconda non meno energica; è solo meno dipendente dall’adrenalina psicologica. Questo tipo di autonomia non si compra in un webinar. Si costruisce negli anni, spesso in mezzo a troppi imprevisti per contare sulle sensazioni del momento.
La noia come strumento e non come problema
Un fatto sottovalutato: la capacità di tollerare la noia è una risorsa. Le persone nate nei 60 e 70 hanno spesso lavorato in ambienti in cui la ripetizione era normale. Quell’addestramento alla monotonia si traduce oggi in una capacità di mantenere lavori di fondo senza drammi continui. Non sto banalizzando: è una qualità che protegge dall’iperattivismo e dall’ansia di performance perpetua.
Non confondere compostezza con indifferenza
Quando un collega mixa calma e resa nei risultati, la reazione comune è sottovalutarne la motivazione. Io stesso qualche volta l’ho fatto, e poi ho visto i risultati. Dietro la compostezza c’è esperienza: selezione delle priorità, gestione delle energie, e un controllo sugli orizzonti temporali che i più giovani spesso non hanno ancora sviluppato. È una sorta di economia dell’attenzione raffinata col tempo.
Perché i modelli moderni di motivazione non sempre funzionano
La cultura pop dell’ottimizzazione personale predica picchi di motivazione e micro abitudini virali. E funziona per certi pubblici. Per altri, specialmente chi ha vissuto decenni di alti e bassi, quelle tattiche sono rumore. Meglio investire in clima sociale, in equilibri familiari, in un lavoro che abbia continuità. Sto prendendo una posizione netta: la motivazione a richiesta è spesso un lusso immaturo che non sostituisce radicamento e responsabilità quotidiana.
“Grit is a common denominator of high achievers across very different fields.” Angela Duckworth Professor of psychology University of Pennsylvania.
La citazione di Angela Duckworth mi serve per dire una cosa precisa. Non ho bisogno di trasformare la mia generazione in un manifesto. Quello che Duckworth chiama grit è visibile in molte persone nate negli anni 60 e 70: non è soggetto a picchi emotivi ma si nutre di resistenza e direzione. Non è un voto di valore: è un’osservazione utile per capire perché non cercano la carica quotidiana.
Esperienze concrete che spiegano la differenza
Ho incontrato persone che continuano a gestire attività imprenditoriali o artistiche senza farsi inseguire dalla cultura del trend. Ne conosco altre che hanno cambiato carriera a quarant’anni e non se ne sono pentite: hanno scelto la sostenibilità piuttosto che l’epifania. Queste storie non vanno bene per i titoli di pagina ma sono la norma. Non servono corsi costosi per capirle, serve ascolto.
Una verità scomoda per chi vende motivazione
Chi profila il bisogno di motivazione continua trova un mercato ampio. Però il messaggio implícito è che senza booster si è incompleti. Questo non corrisponde alla realtà degli anni 60 e 70: molti non cadono in crisi quando manca la spinta perché hanno già costruito, spesso con fatica, un meccanismo personale che non necessita di continui riavvii psicologici.
Quando la motivazione è utile lo stesso
Non sto negando che la motivazione a volte serva. Serve nelle rotte di cambiamento radicale, nelle situazioni di burnout quando i sistemi personali falliscono, o quando si devono rompere abitudini limitanti. Quello che discuto è la frequenza: non è necessario un innesto giornaliero. Talvolta basta un intervento puntuale, un confronto sincero, o una ristrutturazione delle condizioni materiali.
Un appello non sentimentalista
Smettiamo di romanticizzare la crisi costante. Valorizziamo chi ha imparato a procedere con metodo. E non confondiamo resistenza con conservatorismo. La capacità di procedere senza urlare la propria motivazione è spesso più radicale di un post motivazionale che evapora nel giro di un giorno.
Conclusione parziale e volutamente aperta
Non c’è una ricetta unica. Ma c’è una tendenza: le persone nate negli anni 60 e 70 spesso non hanno bisogno di motivazione continua perché hanno imparato ad allestire strutture emotive e pratiche che permettono loro di andare avanti. Questo non è un rimprovero ai giovani. È una proposta di conversazione: ascoltiamo chi sa muoversi nella lentezza senza confonderla con noia o rassegnazione.
Tabella riassuntiva delle idee chiave
| Problema | Osservazione | Soluzione tipica |
|---|---|---|
| Dipendenza da picchi motivazionali | Meno presente negli anni 60 70 | Creazione di pratiche e rituali |
| Tolleranza alla monotonia | Risorsa costruita nel tempo | Impiego per lavori di fondo e progetti lunghi |
| Modelli moderni di crescita personale | Possono risultare rumorosi | Sostituirli con stabilità e autonomia |
| Quando serve la motivazione | Per cambiamenti radicali o burnout | Interventi mirati non continui |
FAQ
1. Chiaro segno che non hai bisogno di motivazione continua?
Se completi progetti lunghi senza il bisogno di stimoli giornalieri e sei capace di mantenere routine anche in giorni no, probabilmente hai sviluppato un sistema che sostituisce la motivazione intermittente. Non è una misura morale. È semplicemente un segnale pratico che il tuo funzionamento interno si basa su abitudini e non su emozioni momentanee.
2. È una questione generazionale o individuale?
Entrambe le cose. La cultura, il contesto storico e le aspettative sociali plasmano una generazione. Ma poi c’è la scelta individuale. Molti nati negli anni 60 e 70 hanno beneficiato di contesti che richiedevano iterazioni ripetute e questo ha formato abitudini mentali. Altre persone della stessa coorte non hanno affinato queste pratiche. Non generalizzare troppo.
3. Come riconoscere quando è il momento di cercare motivazione esterna?
Quando i tuoi sistemi consolidati non funzionano più cioè falliscono ripetutamente o portano a burnout o isolamento è il momento di un intervento esterno. Un cambio radicale nella vita come un trasferimento o una perdita significativa può richiedere sostegno aggiuntivo. In quei casi la motivazione esterna può essere una leva utile e temporanea.
4. Possono i giovani imparare questo approccio?
Sì. Le pratiche che molti hanno costruito sono trasferibili. Non si tratta di imitarne il tono ma di apprendere metodi: pianificazione su tempi lunghi gestione delle energie e costruzione di una rete sociale stabile. Non è un tutoraggio veloce ma un apprendimento pratico lungo.
5. Questo significa che la cultura della motivazione è sbagliata?
Non è sbagliata per definizione. È spesso incompleta. La cultura della motivazione può offrire spunti utili ma tende a enfatizzare il momento emozionale. Per alcune persone è preziosa. Per altre è rumore. Consiglio di usare con discernimento le pratiche che promettono motivazione continua e di valutare se non sia meglio investire in strutture più solide.