Hai mai notato che chi è cresciuto negli anni 60 e 70 sembra non andare nel panico? Ecco perché

Mi sorprende ancora, ogni volta che mi trovo a chiacchierare con persone nate negli anni 60 e 70, quanto il loro registro emotivo sia diverso dal mio quando scoppia una piccola crisi. Non è solo nostalgia. C’è qualcosa di concreto dietro quel modo di fare calmo e pratico. In questo articolo provo a spiegare perché i figli di quegli anni spesso non freak out. Parlerò di abitudini, contesto sociale, aspettative pratiche e soprattutto di come certe abilità mentali si costruiscono nella vita quotidiana. Non è una ricetta magica, e non voglio santificare nessuna generazione. Ma ci sono lezioni utili per chiunque voglia respirare meglio quando il mondo accelera.

La calma non è un regalo genetico

La prima cosa da chiarire è semplice e forse ovvia. La calma che vediamo non è un dono ricevuto alla nascita. È una forma di allenamento sociale. Chi è cresciuto negli anni 60 e 70 ha sperimentato una serie di routine e limiti che oggi sembrano strani: meno schermi, attese più lunghe, autoproduzione di soluzioni, fiducia nella comunità locale. Tutto questo ha una matrice pratica che allena la tolleranza al disagio e la gestione del problema senza urlare. Non è che non provino stress. È che spesso lo interpretano diversamente.

La noia come palestra

Nessuno nei sette decenni passati aveva un bottone per dissolvere l’inquietudine immediatamente. Se la televisione non aveva nulla di interessante, si leggeva, si costruivano cose, si pensava. Questa capacità di rimanere con uno stato mentale scomodo senza cercare l’uscita rapida è una competenza sottovalutata. Non si insegna nelle scuole, ma si impara nella quotidianità: lunghe attese, code, riparazioni domestiche, conversazioni lunghe e spesso non risolutive. Tutto ciò costruisce una specie di muscolatura psichica.

Pragmatismo e senso del possibile

Una caratteristica che torna spesso nelle conversazioni con queste persone è la tentazione di andare subito al punto. Quando succede qualcosa di serio si domandano: cosa si può fare? E poi fanno. Non è cinismo. È abitudine. Crescere in un contesto dove riparare un apparecchio anziché sostituirlo era normale porta a un approccio orientato alla soluzione, rapido e spesso meno emotivo. Questo non riduce la sofferenza ma la circoscrive a un problema concreto da risolvere.

Locus of control e responsabilità

Molti studiosi hanno notato che queste generazioni hanno sviluppato una forte tendenza al cosiddetto locus of control interno: la sensazione di poter incidere sugli eventi. Non è aria fritta. Significa che la persona tende a pensare che le proprie azioni contino. Questo orientamento riduce l’ansia paralizzante, almeno in molte situazioni quotidiane, perché invece di perdersi in scenari catastrofici si mette mano a quello che si può fare subito.

Una parola seria: tolleranza al disagio

Il concetto psicologico di distress tolerance spiega molto del fenomeno. Se impari fin da giovane a sopportare sensazioni spiacevoli senza cercare di azzerarle, la soglia di reazione emotiva di lato aumenta. Le persone cresciute negli anni 60 e 70 lo hanno fatto spesso per necessità. Non avevano app o servizi che cancellavano l’inquietudine con un click.

David Creswell Professor of Psychology Carnegie Mellon University “Learning this capacity to manage more distress could be really helpful. If you look at strategies like exercise journaling or mindfulness meditation these are all strategies for teaching people how to start to work with uncomfortable body sensations or emotions that they might be dealing with.”

Questa citazione ci ricorda che la tolleranza al disagio è allenabile. Non solo: può trasformarsi in una risorsa pratica. Non sto qui a predicare la meditazione come panacea. Dico che esistono pratiche che consolidano abitudini che le vecchie generazioni spesso avevano già assorbito in modo informale.

Comunità e responsabilità condivisa

Gli anni 60 e 70 non erano un Eden sociale. C’erano crisi economiche, tensioni politiche, disuguaglianze. Eppure molte famiglie e quartieri avevano contorni più definiti. Quando qualcosa andava storto si chiedeva ai vicini un consiglio o una mano. Questa trama sociale addolcisce la reazione individuale: non c’è la sensazione che il mondo intero si stia sfaldando perché c’è una rete che rimane stabile. Oggi le reti esistono ma spesso sono digitali e meno lette come impegni morali quotidiani.

Ritmi del corpo e routine

Un elemento che si trascura è la routine fisica. Dormire in modo più regolare, pasti familiari e lavori fisici forgiano un organismo meno incline ai picchi emotivi. I ritmi consolidati regolano il tono di base dell’umore. Questo non significa che fosse tutto perfetto ma spiega parte della differenza.

Non è colpa della tecnologia ma dei palliativi

Non mi piace la retorica che demonizza la tecnologia. Le opportunità offerte oggi sono spesso immense. Il problema è un altro: la tecnologia ha introdotto risposte immediate quando il disagio appare. La velocità cancella la pratica dell’attesa e della soluzione lenta. Questo impoverisce le abilità che consentono alle persone di gestire in modo sobrio la difficoltà. Se tutto è concepito per ridurre l’inconveniente istantaneamente, la capacità di rispondere con calma si atrofizza.

Che cosa possiamo imparare senza idealizzare

Non sto dicendo che dobbiamo tornare a vivere come negli anni 70. Né che chi è nato allora sia un modello perfetto. Ci sono aspetti di quelle vite che sono ingiusti e semplicemente non riproducibili. Alcune lezioni però si possono adattare. Valorizzare la pazienza, curare relazioni profonde, accettare la noia come terreno creativo, investire in competenze pratiche: sono mosse concrete e poco glamour, ma tengono. Se provi a fermarti un attimo e ascoltare una conversazione lunga con una persona nata nel 1960 potresti sentire un’alchimia diversa. Non necessariamente più saggia ma spesso meno urlata.

Un invito imperfetto

Non offrire soluzioni pronte. Prova una piccola sfida: rinuncia al tuo palliativo preferito per un’ora e osserva cosa succede. Non lo prescrivo come terapia. È solo un esperimento personale. A volte il mondo non si sbriciola davvero quando smettiamo di usarlo come anestetico.

Idea Perché conta Come provarla
Tolleranza al disagio Riduce le reazioni impulsive Aspetta 60 minuti prima di rispondere a un messaggio che ti infastidisce
Routine fisica Stabilizza il tono emotivo Metti in ordine gli orari dei pasti per una settimana
Pragmatismo Trasforma l’ansia in azione Quando qualcosa va storto pensa a tre cose concrete da fare
Comunità Diluisce la pressione personale Riscopri un vicino o rispondi a una telefonata senza fretta

FAQ

Perché molte persone degli anni 60 e 70 sembrano meno reattive emotivamente?

Spesso perché hanno praticato nella vita quotidiana una serie di comportamenti che sviluppano tolleranza al disagio e senso pratico. Attese più lunghe minori opzioni immediate e maggior necessità di risolvere problemi con mezzi limitati formano abitudini mentali diverse. Questo non rende immuni dalle emozioni. Le emozioni ci sono ma vengono incanalate in modi che oggi appaiono più sobri.

È possibile imparare quei modi di reagire se sei più giovane?

>Sì e no. Non si tratta di ricevere un trasferimento generazionale. Si tratta di allenare alcune competenze: tollerare l’inquietudine, praticare pazienza deliberata, costruire relazioni profonde, e dedicarsi a compiti che richiedono tempo. Sono esercizi pratici più che formule psicologiche. Alcuni funzionano subito altri richiedono tempo e ripetizione.

Non è solo colpa della tecnologia allora?

>La tecnologia è uno dei fattori ma non il solo. Ha amplificato una tendenza a evitare il fastidio. Tuttavia contesti sociali più ampi come l’urbanizzazione i modelli economici e le aspettative educative hanno tutti un ruolo. La tecnologia è un acceleratore non la causa unica.

Devo cambiare tutto per beneficiare di queste lezioni?

>No. Piccoli cambiamenti pratici spesso fanno più differenza di rivoluzioni personali. Ridurre l’impulsività su decisioni concrete creare piccole routine e investire in poche relazioni profonde sono mosse sostenibili. Non servono grandi rinunce ma scelte ripetute con intenzione.

Cosa non ho detto ma vale la pena esplorare?

>Ho evitato di trattare compiutamente il quadro storico politico ed economico che ha plasmato quelle generazioni. Ci sono zone d’ombra e ingiustizie che non andrebbero rimosse dalla memoria. Capire la calma degli anni 60 e 70 richiede anche guardare alle disuguaglianze di quel periodo. La mia passione qui è pratica non revisionista.

Se sei curioso prova una conversazione lenta con qualcuno che è cresciuto in quegli anni. Non interrogare solo per nostalgia. Ascolta come organizza la vita pratica e cosa ritiene davvero non negoziabile. Potresti scoprire soprattutto delle abilità che ti mancano più di quello che pensi.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
    .

Leave a Comment