Persone che si spiegano continuamente in cerca di convalida emotiva Scopri perché e cosa fare davvero

Quante volte ti sei trovato ad ascoltare qualcuno che non smette di giustificarsi anche quando nessuno l’ha chiesto? Oppure ti sei riconosciuto in quella voce che cerca sempre una spiegazione in più come se fosse un certificato di valore? La psicologia dice che persone che si spiegano continuamente potrebbero essere alla ricerca di convalida emotiva. Qui non mi limito a ripetere concetti noti. Racconto cosa vedo nella pratica quotidiana, perché questa dinamica si aggrappa alle relazioni e come cambia il potere di chi parla e chi ascolta.

Una domanda che frega l’anima

Spiegare è utile. Ma quando la necessità di spiegare diventa ricorsiva allora la spiegazione non serve più l’interlocutore. Serve un esame di coscienza esterno. Molte persone confondono l’atto di chiarire con l’atto di essere approvati. In quel passaggio la parola diventa pedina e non più strumento.

Non è solo insicurezza

Dire che chi spiega troppo è semplicemente insicuro è comodo ma riduttivo. Esiste una storia emotiva dietro a ogni spiegazione insistita. C’è chi è cresciuto in famiglie dove le spiegazioni erano richieste per ottenere affetto. C’è chi ha subito invalidazione e ora tenta di costruire reti di certezza attorno alle sue parole. E poi ci sono i casi in cui spiegare è un modo per trattare l’ansia come se fosse un problema linguistico anziché interno.

Le radici psicologiche

Molti terapeuti osservano che il comportamento di spiegarsi continuamente è legato alla ricerca di stabilità emotiva attraverso l’altro. Quando il mondo interno è incerto la persona prova a esternalizzare il controllo: spiegare vuol dire far votare gli altri alla propria versione della realtà.

“When someone did not experience being heard or was frequently blamed by a parent figure, it often leads to the need to over-explain or justify feelings and actions in adulthood.” Emily Zeller LMFT licensed marriage and family therapist.

Non ho scelto quella citazione a caso. Emily Zeller mette il dito su una punta precisa: l’ascolto mancato nella prima infanzia moltiplica il bisogno di illustrare. E quando la scena sociale non offre ascolto la persona abbassa la voce, o la innalza, ma continua a spiegare.

Fawning e altri meccanismi

Alcuni scrivono di fawning una parola che viene dalla letteratura sul trauma. È un adattamento che salva nell’immediato ma che costa in termini di autenticità. Spiegazioni e giustificazioni possono essere strumenti di sopravvivenza emotiva, non solo segnali di debolezza. Capirlo cambia la risposta che conviene dare a chi sta parlando.

Quando spiegare diventa manipolazione

Non tutte le spiegazioni nascono da vulnerabilità. Alcune sono tattiche per rimodulare l’opinione degli altri e ottenere un vantaggio sociale. Qui la linea è sottile. Se la spiegazione è ripetitiva e orientata a rimandare la responsabilità, allora non è ricerca di convalida ma strategia. Nelle relazioni questo crea logoramento perché il ricevente capisce, magari inconsciamente, che la parola è moneta da spendere e non segno di verità.

Il ruolo dell’ascoltatore

Una risposta netta e non punitiva può smontare la sequenza. Dire meno non è sempre rifiutare. A volte è offrire un punto d’appoggio. Per esempio rispondere con semplicità non significa minimizzare, ma restituire spazio. Le persone che spiegano troppo spesso non hanno bisogno di essere smontate. Hanno bisogno di sentirsi viste senza dover spiegare la vista stessa.

Perché il silenzio non è sempre una soluzione

Molti consigliano il silenzio come arma terapeutica. Non è così semplice. Il silenzio può essere percepito come abbandono. E quindi riattiva la spinta a spiegare ancora di più. Ci vuole una qualità diversa di risposta che non riformuli la spiegazione ma la legittimi. Non tutte le relazioni sono pronte a questo passaggio. E non tutte le persone che spiegano vogliono smettere. Alcune cercano soprattutto il test esterno che dica loro sono ok.

Un consiglio pratico che funziona raramente ma davvero

Prova a restituire la sostanza invece che i dettagli. Quando qualcuno si dilunga su una giustificazione, sintetizza con una frase neutra e chiedi cosa sente davvero. Spesso la spiegazione è una parete che nasconde un’emozione sottostante. Se la emozione esce, la parete crolla. Questo è rischioso ma è il solo modo per portare il discorso dalla dimensione espositiva alla dimensione relazionale.

Cosa cambia nelle dinamiche di coppia e lavoro

Nel lavoro l’over-explaining toglie autorevolezza. Nella coppia logora i confini. Però attenzione all’interpretazione morale. Non è sempre colpa di chi parla. Spesso il terreno della relazione invita a spiegare. Un partner che sembra interrogatorio o un capo che punisce i margini di errore costruiscono bisogni di spiegare. Per questo la responsabilità è condivisa: chi parla e chi ascolta definiscono insieme il clima comunicativo.

Una posizione non neutra

Io non credo che il problema sia soltanto individuale. Accusare la persona che si spiega continuamente è una reazione comoda. Più utile sarebbe rivedere le condizioni che rendono necessario spiegare e lavorare su quelle. Cambiare solo l’individuo senza toccare il contesto è come cambiare il fumo senza spegnere il fuoco.

Conclusione aperta

La tendenza a spiegare troppo è una lente su questioni più profonde. La psicologia ci dà strumenti per capire ma troppo spesso li usiamo per etichettare. Preferisco osservare. Se conoscete qualcuno che si giustifica sempre provate a domandarvi che cosa teme veramente di perdere quando parla. Potrebbe non essere l’approvazione ma la paura di scomparire.

Riepilogo sintetico

Idea chiave Perché conta
Spiegare come ricerca di convalida Stabilizza l’autostima esternamente.
Radici infantili e trauma Ascolto mancante insegna a ottenere approvazioni.
Fawning e adattamento Salva nel breve periodo ma erode autenticità.
Ruolo dell’ascoltatore Risposte semplici e legittimanti riducono la necessità di spiegare.
Contesto relazionale Clima e potere della relazione alimentano o smorzano il bisogno.

FAQ

Perché alcune persone hanno bisogno di spiegare tutto anche quando sembra ovvio?

Spesso dietro a questa necessità c’è un basso senso di sicurezza emotiva che cerca conferme esterne. Non è solo timidezza. È il modo in cui la persona prova a trasformare ambiguità interne in fatti esterni. Quando la vita interna è fluida la parola diventa ancora più importante perché costruisce certezze temporanee. Cambiare questa abitudine richiede lavoro su come si regge l’autostima, non solo disciplina verbale.

Come rispondere quando qualcuno si giustifica continuamente senza ferirlo?

La strategia migliore è dare spazio all’emozione sottostante più che rincorrere i dettagli. Una frase di restituzione empatica e una domanda su cosa sente possono spostare la conversazione. Evitare la punizione o l’ironia aiuta. Non promette miracoli ma spesso interrompe la spirale di spiegazioni inutili.

Spiegare troppo è sempre legato a traumi infantili?

No. È una causa comune ma non esclusiva. Ci sono persone che imparano a spiegare per abitudine sociale o per necessità professionale. E ci sono contesti che inducono a spiegare per paura di sanzioni. La storia personale conta ma non esaurisce il fenomeno.

La terapia aiuta davvero a ridurre il bisogno di spiegare continuamente?

La terapia può essere utile perché lavora sulle radici emozionali e sulle pratiche relazionali. Molte persone trovano sollievo quando imparano a riconoscere il proprio bisogno di conferme e a costruire strumenti interni di validazione. La terapia non è l’unica strada ma spesso accelera la presa di coscienza.

Quando il problema diventa manipolazione come si distingue?

Se la spiegazione è ricorrente ma orientata a evitare responsabilità o a convincere gli altri a cambiare decisione senza confronto allora assume una valenza manipolatoria. La differenza si vede nelle intenzioni e negli effetti: la vulnerabilità cerca legittimazione mentre la manipolazione cerca vantaggio. Riconoscere questo aiuta a scegliere una risposta adeguata.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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