Negli ultimi anni ho parlato con decine di persone nate tra il 1960 e il 1979 e ho ascoltato storie che somigliano a piccole mappe emotive. La psicologia moderna ha iniziato a riconoscere pattern che non sono solo nostalgia: certe esperienze infantili di quell’epoca hanno lasciato tracce profonde sul modo di pensare e agire. Questo articolo non è un tributo romantico né una condanna anacronistica. È un tentativo di raccontare quello che la ricerca e la pratica clinica oggi ammettono, mescolando dati con osservazioni dirette e qualche opinione scomoda.
Un panorama che non è più quello di una volta
Chi è cresciuto nei sixties e seventies ha imparato a fare i conti con un mondo senza risposte immediate. Niente smartphone subito disponibili, niente streaming onnipresente, poca tecnologie che proteggessero dall’attesa. La psicologia descrive quell’ambiente come un campo d’allenamento per alcune abilità mentali che oggi appaiono rare. Non le chiamo virtù perché non voglio mettere le generazioni su uno sgabello morale. Le chiamo semplicemente capacità che si sono sviluppate per necessità.
Resilienza pratica e attenzione prolungata
La resilienza di cui parlo non è una parola vuota. È la resilienza che si vede in persone che sanno sistemare una lavatrice guasta senza cercare subito il video tutorial. È quella che si scopre in chi non si arrende al primo ostacolo perché non ha mai potuto accedere a soluzioni immediate. Studi recenti sul comportamento attentivo suggeriscono che la routine lenta dell’epoca ha allenato una forma di attenzione prolungata diversa dall’attenzione iperstimolata della generazione digital native.
Autonomia sperimentale
Molti bambini di allora avevano libertà di movimento e spazi non programmati, e questo ha favorito un modello di apprendimento che oggi chiameremmo apprendimento esperienziale. Gli errori non venivano subito segnalati su una piattaforma ma spesso risolti sul campo. Ho visto quest’attitudine tradursi in adulti che assumono rischi con una mappa interna della probabilità di fallimento. La psicologia contemporanea parla di un locus of control interno più marcato in queste coorti e lo collega a maggiore perseveranza in situazioni lavorative complesse.
Non tutto è oro: aspetti meno raccontati
Non credo nella mitologia dei decenni perfetti. Essere cresciuti negli anni 60 e 70 significava anche convivere con norme sociali più rigide su ruoli e emozioni. La cosiddetta «contenzione emotiva» ha aiutato molti a mantenere stabilità in tempi instabili ma ha anche ostacolato l’espressione affettiva per chi non si conformava. In clinica incontro spesso adulti di quella generazione che faticano a chiedere aiuto o a esprimere vulnerabilità senza sentirsi colpevoli.
Relazioni e confini
Un tratto interessante è la gestione dei confini sociali. Crescere senza social network ha significato che molte relazioni avevano limiti naturali e temporali. Questo ha costruito una capacità di separare la sfera privata da quella pubblica che oggi appare quasi strategica. Non è un dono universale ma un’abitudine sociale che riduce esposizione e drammatizzazione. Però lo stesso meccanismo può tradursi in difficoltà a riconoscere segnali sottili nelle relazioni moderne dove la discrezione non è più data per scontata.
La tecnologia non è la sola causa dei cambiamenti generazionali
Molte analisi recenti evidenziano il ruolo dei dispositivi e dei social ma sarebbe riduttivo attribuire tutto alla tecnologia. Cambiamenti economici politiche sociali e l’evoluzione delle pratiche educative hanno lavorato in parallelo. È più utile pensare a una combinazione di forze che hanno modellato mentalità diverse.
We have over protected children in the real world and under protected them online. Jonathan Haidt Professor of Ethical Leadership New York University.
La citazione di Jonathan Haidt qui non è una sentenza finale ma un segnale. Haidt sottolinea una dinamica che gli studi confermano: l’esposizione digitale massiva ha cambiato il modo in cui i giovani interiorizzano rischio e approvazione sociale. Questo contrasta nettamente con l’educazione all’autonomia sperimentata dai nati negli anni 60 e 70.
Due piccoli esempi emersi nelle interviste
Ho assistito a due conversazioni che riassumono bene il gap. Primo esempio: una donna nata nel 1968 si arrabbiava perché i colleghi moderni chiamano «multitasking» il saltare tra notifiche e riunioni. Lei lo chiama dispersività e sostiene che la profondità di lavoro si paga. Secondo esempio: un uomo del 1972 mi raccontava di come il valore del «fare da sé» lo abbia salvato durante periodi economici difficili. Non è eroismo. È pragmatismo che si appoggia a una storia di privazioni relative e riparazioni domestiche quotidiane.
Perché questi dettagli contano politicamente e socialmente
Le istituzioni tendono a misurare atteggiamenti e a progettare servizi senza considerare come l’esperienza formativa influenzi la domanda di quei servizi. Un sistema di welfare o un’azienda che ignora la preferenza per l’autonomia o la diffidenza verso la tecnologia rischia di fallire nei risultati. Allo stesso modo politiche che puntano solo a colmare il divario digitale dimenticano che molti cittadini portano con sé un bagaglio psicologico che è resiliente ma può essere anche resistente al cambiamento.
Osservazioni personali non neutre
Io credo che la tendenza contemporanea a generalizzare le differenze generazionali sia spesso intellettualmente pigra. Non credo che i nati negli anni 60 e 70 siano un modello da copiare a scatola chiusa. Credo però che la loro esperienza offra alcune lezioni pratiche: la capacità di tollerare noia, la voglia di risolvere senza delegare subito, il saper costruire confini. Non sono cose facili da replicare con un semplice corso formativo digitale. Sono abitudini che si costruiscono nel tempo e richiedono contesti che permettano errori reali.
Conclusione aperta
La psicologia moderna ammette che i segni dell’infanzia plasmano la mente adulta in modi prevedibili ma non deterministici. Chi è cresciuto negli anni 60 e 70 porta dentro un mix di strumenti utili e limiti da comprendere. Il punto non è idealizzare quel passato ma usare la consapevolezza che la scienza ci offre per costruire contesti educativi e sociali più equilibrati. Alcune risposte sono chiare altre restano in sospeso. Se qualcosa mi interessa davvero è capire come trasferire certe competenze pratiche in un mondo che le distrugge spesso prima di accorgersi di averne bisogno.
Tabella riassuntiva
| Area | Caratteristica comune | Impatto oggi |
|---|---|---|
| Autonomia | Apprendimento esperienziale | Maggiore problem solving pratico ma possibile resistenza a delegare |
| Attenzione | Capacità di attenzione prolungata | Vantaggio in attività profonde ma sfida con contesti iperstimolanti |
| Confini sociali | Maggiore privacy naturale | Protezione da burnout e minore esposizione pubblica |
| Emotività | Contenzione emotiva | Stabilità apparente ma difficoltà a esprimere vulnerabilità |
FAQ
Quali prove scientifiche sostengono queste affermazioni?
Le argomentazioni si basano su studi comparativi su cohorti generazionali e su ricerche che collegano pratiche educative con esiti comportamentali. La letteratura include analisi sull effetto dei tempi di esposizione ai dispositivi digitali sul benessere mentale e lavori che misurano il locus of control e la resilienza in coorti differenti. Però è importante ricordare che molte ricerche sono ancora in evoluzione e che i confronti generazionali richiedono attenzione ai contesti storici ed economici.
Come possiamo trasferire alcune di queste capacità ai giovani di oggi?
Non esiste una scorciatoia. Alcune pratiche funzionano meglio quando diventano abitudini sociali non solo tecniche isolate. Spazi non strutturati per il gioco reale momenti di noia programmata e opportunità di fallire in sicurezza possono favorire apprendimento esperienziale. Aziende e scuole possono sperimentare microinterventi che favoriscano concentrazione profonda e autonomia decisionale.
Le differenze sono culturali o biologiche?
Principalmente culturali. Le influenze biologiche non spiegano le rapide variazioni tra coorti nate a pochi decenni di distanza. Sono i contesti sociali economici e tecnologici che plasmano le traiettorie di sviluppo. Detto questo l interazione tra dispositivi e cervello in sviluppo è un campo di ricerca dove la biologia entra in gioco come mediatrice.
Queste osservazioni valgono per tutta la popolazione nata negli anni 60 e 70?
No. Ci sono grandi differenze dentro ogni coorte legate a classe sociale genere territorio ed esperienze personali. Parlare di generazioni è utile per individuare trend ma può cancellare la variabilità individuale. Molti nati in quegli anni non hanno sperimentato la libertà che descrivo o hanno subito eventi traumatici che mutano il profilo psicologico.
Cosa può fare un datore di lavoro che ha dipendenti di queste generazioni?
Un datore può riconoscere e valorizzare competenze pratiche e di problem solving esperienziale creando ruoli e responsabilità che le sfruttino. È utile offrire formazione incrociata tra generazioni dove competenze digitali e competenze pratiche si scambiano valore senza gerarchie predefinite.